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sabato 3 aprile 2010

La pula e il grano

Da Gianni Golotta ricevo e pubblico

Di recente le prime pagine dei giornali hanno fatto il titolo di apertura, sulla posizione di alcuni neogovernatori, sull'uso (meglio sarebbe dire sul divieto di uso) delle pillola abortiva.
S'è aperto così il solito dibattito fatto di toni estremi, di citazioni evangeliche, di interpellazioni scientifiche, di sottigliezze esegetiche che ha finito col far diventare questa "La" questione fondamentale della società italiana di oggi.
Quale che sia l'intento che muove i neogovernatori di destra di alcune regioni quando fanno dichiarazioni sull'uso della pillola RU 486, resta il fatto che a prestar loro un'attenzione esclusiva ed assorbente si sbaglia.
Perché oggi il problema dell'uso della pillola abortiva non può assolutamente essere tra le priorità di forze politiche che hanno a cuore gli interessi dei ceti più deboli della nostra società. Domani un amico di mia figlia che lavora da precario in un call center sarà licenziato.
Legittimamente e tuttavia senza aver demeritato sul lavoro. Per lui tramontano speranze e si disfano progetti.
A 35 anni torna disoccupato con pochissime chances di trovare un nuovo lavoro.
Come lui in Italia, domani, altre migliaia di giovani e meno giovani, condivideranno lo stesso dolore, le stesse angosce del giovane amico di Anna.
Famiglie intere attraverseranno quella linea di confine che perimetra la vita libera e dignitosa che i nostri costituenti hanno voluto fosse assicurata in particolare a ciascun lavoratore ed in genere ad ogni cittadino, per entrare nel cono d'ombra di una disperazione il più delle volte umiliante e solitaria.
Ed ancor più umiliante proprio perché sempre più solitaria.
Vuole la sinistra, dato che la destra non pare interessarsi granché delle sorti di questi nostri fratelli deboli, porsi il problema della tutela dei loro diritti ed offrire se non una soluzione ai loro problemi almeno la certezza di un impegno, la promessa di una lotta, il conforto di una fattiva solidarietà?
Se si ci si metta subito all' opera anche avanzando proposte di modifica della legge Biagi, ma, soprattutto, ponendo al centro della discussione il problema del lavoro e del futuro dei più deboli.
Lasciando ai vescovi ed ai governatori il dibattito sul nulla, e le responsabilità della loro cattiva coscienza.

lunedì 8 febbraio 2010

Fenestrelle

A commento di questo post di Natale Zappalà, Gianni Golotta scrive.

Complimenti a Zappalà. Lo invito ad insistere ed intanto offro alla lettura questo documento inviatomi da Franco Capomolla: "Storia e descrizione di un lager sconosciuto".
"Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce"
Questa è l’iscrizione che il visitatore può leggere ancora oggi su un muro della fortezza, entrando a Fenestrelle.
Fenestrelle è appunto una fortezza ubicata sulle montagne piemontesi dove, dal 1860 al 1870, furono deportati migliaia di meridionali che si opposero all'unità d’Italia e alla colonizzazione piemontese. Gli internati erano soprattutto poveri contadini ed ex soldati borbonici, i quali morirono di stenti e vessazioni perpetrati da chi si reputava un liberatore!
Al tempo si trattava di un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una gigantesca cortina fortificata resa ancor più spettrale dalla naturale asperità dei luoghi e dalla rigidità del clima.
I prigionieri erano assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce sopravvivevano in condizioni disumane, perfino i vetri e gli infissi venivano smontati al fine di rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.
Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni non superava i tre mesi, anche perché spesso i carcerati venivano uccisi arbitrariamente, o solo per aver proferito ingiurie contro i Savoia. Dunque nessuna spiegazione logica era alla base della loro misera prigionia e molti non erano nemmeno registrati, di conseguenza non si può avere oggi un preciso riscontro del numero dei morti, processati e non, e quindi delle motivazioni logiche di quanto accaduto.
E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, subito dopo la resa di Gaeta, sarebbero dovuti essere liberati al termine delle ostilità. Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero, invece, subire un trattamento infame: vennero disarmati, derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi.
Infine, i detenuti tentarono di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l'inasprimento delle pene tra cui la costrizione di portare al piede palle da 16 chili, ceppi e catene.
La liberazione, dunque, poteva avvenire solo attraverso la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva, collocata in una grande vasca.